Tumore ovarico, le terapie anti-angiogeniche migliorano sopravvivenza e qualità di vita
  • Mer, 10/09/2014 - 15:31

Sandro Pignata

Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica Uro-Ginecologica,

Istituto Nazionale Tumori IRCCS - Fondazione Pascale, Napoli

 

 

Tumore ovarico, il più subdolo dei tumori femminili:

le terapie anti-angiogeniche migliorano sopravvivenza

e qualità di vita

 

 

Qual è attualmente l’impatto del tumore ovarico in Italia e nel mondo?

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore sia in termini d’incidenza (nuovi casi l’anno) che per mortalità (attorno al 50% dei casi). In Italia ogni anno vengono diagnosticati 5.000 nuovi tumori ovarici e attualmente sono circa 30.000 le donne che convivono con la malattia e sono in trattamento. I numeri del tumore ovarico sono decisamente più elevati nei Paesi del Nord del mondo, dal momento che un ruolo fondamentale è svolto dal fattore età: la popolazione femminile occidentale è più vecchia rispetto a quella asiatica e africana e questa patologia, come sappiamo, colpisce tra i 60 e i 65 anni. Al di là dei numeri, si tratta di una neoplasia altamente pericolosa e letale perché subdola: nell’80% dei casi si manifesta quando è ormai in fase avanzata (stadio III o IV).

 

Quali sono i principali fattori di rischio? Ci sono donne che hanno maggiori probabilità di ammalarsi? Che ruolo svolgono le mutazioni geniche BRCA1 e BRCA2 e quanto è importante identificarle?

Il principale fattore di rischio è la familiarità: donne con parenti di primo grado (madri, sorelle, nonne) affette da tumore ovarico hanno maggiori probabilità di ammalarsi. C’è una componente genetica a carattere ereditario associata alle mutazioni geniche BRCA1 e BRCA2 che espongono le donne portatrici ad un rischio elevato di sviluppare sia il carcinoma ovarico che mammario. È molto importante che le donne e i medici focalizzino l’attenzione sulle persone a rischio in base alla familiarità e alla predisposizione genetica. L’unica possibilità di prevenire questo tumore sarebbe quella di procedere con l’asportazione delle ovaie e delle tube, nelle donne in cui sono state riscontrate le mutazioni BRCA1 e BRCA2. Sappiamo inoltre che gli estroprogestinici, presi per lunghi periodi, rappresentano un importante fattore di protezione e ciò è dovuto all’azione svolta dagli ormoni che agiscono stabilizzando e mettendo a riposo le cellule del tessuto ovarico, sebbene la maggior parte dei tumori ovarici sembra prendere origine dalle tube.

 

A oggi per il tumore ovarico non esistono strumenti di prevenzione, né test per lo screening precoce. La conoscenza dei sintomi è quindi fondamentale per la diagnosi tempestiva. Quali sono i sintomi più comuni? A quali segnali una donna dovrebbe prestare particolare attenzione?

Il tumore ovarico è una malattia molto subdola. Riconoscere i sintomi è importante ma in questa malattia la sintomatologia è quanto mai aspecifica: dolori addominali, gonfiore, cambiamento delle abitudini dell’alvo sono disturbi che possono presentarsi in molte altre patologie. Tuttavia ogni volta che si presenta un sintomo che non è mai stato presente e che si ripete per settimane, allora la donna deve allertarsi e rivolgersi subito al ginecologo che deciderà gli accertamenti del caso, prima tra tutti un’indagine ecografica che può, ma non sempre, individuare la massa ovarica. Purtroppo non abbiamo al momento test o screening attendibili di altra natura.

Quali sono attualmente le strategie e le opzioni terapeutiche disponibili per il tumore ovarico? Quali opportunità di trattamento offrono le terapie mirate anti-angiogeniche? Come funzionano e come vengono utilizzate in combinazione con la terapia tradizionale?

Una volta confermata la diagnosi di tumore ovarico è essenziale indirizzarsi verso un Centro specializzato con grande esperienza in questo tipo di tumore. La prima tappa del percorso di cura è la chirurgia. Il chirurgo è una figura centrale ma tutto il team assume un’importanza fondamentale perché nel caso del tumore ovarico sono molte le figure specialistiche chiamate a intervenire. L’intervento ha come obiettivo la rimozione del tumore. La seconda tappa è la chemioterapia di prima linea che riesce a ottenere una risposta terapeutica nel 70-80% delle pazienti. Delle pazienti che rispondono alla terapia, solo una minoranza guarirà, mentre il 70% di loro andrà incontro ad una recidiva e dovrà essere sottoposta a cicli di chemioterapia di seconda linea. Oggi disponiamo di molti chemioterapici tradizionali e non, a cominciare dal platino e dal taxolo fino alla doxorubicina liposomiale alla gemcitabina e tanti altri che da soli o in combinazione cronicizzano la malattia fino a permettere alle donne di vivere per molti anni alternando fasi libere dal tumore a fasi con recidive che vengono trattate. Negli anni sono stati fatti molti progressi, le terapie utilizzate sono meno tossiche e invasive e si fa molta attenzione alla qualità di vita delle pazienti. Ma il grande passo in avanti si è avuto in tempi recenti con l’arrivo dei nuovi farmaci anti-angiogenici che si sono dimostrati in grado di ritardare la comparsa delle recidive. Gli anti-angiogenici agiscono bloccando la neoformazione di vasi sanguigni che il tumore costruisce attorno a sé per crescere e diffondersi. Il primo di questi farmaci biologici mirati per il tumore ovarico è bevacizumab, che si somministra in totale per 15 mesi sia in associazione alla chemioterapia di prima linea che, dopo l’interruzione dei cicli, come mantenimento. Questo farmaco non fa scomparire il tumore, anche se si è visto che in alcuni casi può farlo regredire, ma ne blocca la progressione. Bevacizumab, utilizzato in associazione alla chemioterapia, ci permette di prolungare la vita delle pazienti e, grazie al buon profilo di tollerabilità del farmaco, di offrire loro una buona qualità di vita.

 

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