Tumore al polmone: oltre mille casi all'anno in Sardegna

In Sardegna il tumore al polmone colpisce ogni anno circa 1.020 persone (40.000 in tutta Italia). È la terza neoplasia più frequente ma gli italiani non sembrano essere ben informati sulle cause. 8 cittadini su 10 non sanno che il fumo passivo provoca la malattia. Una diffusa ignoranza che preoccupa, visto che la metà (il 49%) ammette di accendersi spesso una “bionda” in presenza di bambini. E per il 43% smettere con le sigarette non riduce il rischio di sviluppare questa patologia. Sono alcuni dei dati emersi dal sondaggio condotto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) su oltre 3.000 cittadini. L’indagine è presentata oggi al Policlinico di Monserrato di Cagliari e fa parte della campagna nazionale di sensibilizzazione sul tumore del polmone. L’iniziativa, promossa dall’AIOM con il patrocinio della Fondazione “Insieme contro il Cancro” e dell’associazione di pazienti “WALCE” (Women Against Lung Cancer in Europe), prevede un tour in otto regioni ed è realizzata con il supporto di Boehringer Ingelheim. “Il cancro al polmone si caratterizza da un forte stigma sociale - afferma Mario Scartozzi, direttore Oncologia Medica dell’AOU di Cagliari -. Il 59% degli intervistati ritiene che chi è colpito dalla malattia, soprattutto se si tratta di un tabagista, sia ‘colpevole’ della sua condizione. In Sardegna oltre il 21% della popolazione fuma regolarmente. Ricordiamo che respirare sigarette, proprie e altrui, determina il 90% del totale dei decessi per tumore del polmone. E il fumo passivo è un importante fattore di rischio, che aumenta fino al 30% le probabilità di sviluppare la malattia. Ma, come risulta dal sondaggio, troppi ignorano le regole fondamentali della prevenzione. Per questo abbiamo deciso di promuovere un progetto nazionale rivolto a cittadini, oncologi e Istituzioni”. L’AIOM ha realizzato anche un’indagine fra i propri soci e in tutti i centri di oncologia della penisola sono stati diffusi due opuscoli informativi: uno sui danni del fumo passivo (e attivo), da distribuire anche negli ambulatori dei medici di medicina generale, l’altro su come affrontare al meglio questa neoplasia, destinato ai pazienti e ai familiari. Il bisogno di informazione è molto alto: l’89% degli intervistati vorrebbe, infatti, ricevere maggiori notizie sulla malattia e per il 72% servono più campagne di prevenzione. Il fumo passivo rappresenta il principale fattore inquinante degli ambienti chiusi e provoca nel mondo oltre 600.000 morti l’anno. “Il 25% della popolazione italiana è esposto ai suoi rischi - afferma Daniele Farci, coordinatore AIOM Sardegna -. Sarebbe opportuno estendere i divieti antifumo a tutti gli ambienti chiusi o troppo affollati come automobili, spiagge, stadi e parchi. Solo così è possibile difendere la salute di tutti i cittadini, specialmente delle persone più a rischio, come le donne in gravidanza e i bambini”. 


Una parte importante della campagna è il sondaggio fra oltre 850 specialisti. “Abbiamo condotto questa indagine interna per capire come viene affrontata e trattata la patologia - continua Scartozzi -. Il 78% degli oncologi ritiene che questi pazienti siano colpevolizzati, soprattutto se si tratta di fumatori. Inoltre l’86% afferma che lo stigma può influire negativamente sullo stato di salute complessivo. La probabilità di sviluppare una neoplasia polmonare è 14 volte più alta tra i fumatori rispetto ai non tabagisti. Però è fondamentale che il malato avverta la comprensione del personale medico e l’affetto dei familiari. Ben il 95% degli oncologi dichiara di rivolgere domande sul possibile stato di disagio interiore”. In Italia il cancro del polmone è uno dei cosiddetti “big killer” ed è difficile individuarlo in fase iniziale. Negli ultimi anni, la percentuale di persone che hanno superato la soglia dei 5 anni senza ricadute è aumentata: negli uomini dal 10 al 14%, nelle donne dal 12 al 18%. “Questi risultati positivi sono dovuti anche alla ricerca, che permette agli oncologi di somministrare terapie più efficaci - prosegue Farci -. Tra le nuove molecole, afatinib ha un meccanismo d’azione innovativo e si differenzia dai trattamenti mirati attualmente disponibili perché è in grado di inibire in maniera irreversibile quei recettori che svolgono un ruolo centrale nello sviluppo e nella diffusione dei tumori più pervasivi e a mortalità elevata come il carcinoma polmonare”.

“I progetti focalizzati sulla prevenzione e sulla creazione di cultura sulla patologia rappresentano la nuova frontiera nella collaborazione tra società scientifiche e aziende farmaceutiche. La nostra azienda è orgogliosa di collaborare con AIOM e poter contribuire alla realizzazione di questo importante progetto - conclude Anna Maria Porrini, presidente di Boehringer Ingelheim -. Lavoriamo per migliorare l’efficacia e la tollerabilità dei farmaci esistenti, sintetizzare nuove molecole per realizzare medicinali innovativi. Il nostro scopo è fornire ai pazienti le migliori terapie possibili”.

 

 

IL TUMORE DEL POLMONE

Il tumore del polmone si distingue in due grandi gruppi:

1. Il carcinoma non a piccole cellule è la forma più comune, si estende e si diffonde più lentamente. I tipi più frequenti sono:
Carcinoma a cellule squamose: è il tipo più diffuso negli uomini, originato dalle cellule che rivestono le vie respiratorie
Adenocarcinoma: si sviluppa dalle cellule che secernono il muco
Carcinoma a cellule grandi: il nome deriva dalle grandi cellule tondeggianti che si evidenziano quando si esamina un campione di biopsia al microscopio.

2. Il carcinoma a cellule piccole o “a chicco d’avena”, così definito dalla caratteristica forma delle cellule. È meno comune, cresce più rapidamente e presenta maggiori probabilità di diffondersi ad altri organi.

Un altro tipo meno frequente di tumore polmonare è il mesotelioma, una forma che ha origine nella pleura, il foglietto che riveste i polmoni.

Il tumore polmonare si suddivide in quattro stadi. Per ognuno è previsto un trattamento specifico:

Gli stadi I e II sono candidabili all’intervento chirurgico radicale. Talvolta è necessario anche eseguire una chemioterapia prima dell’intervento (chemioterapia neoadiuvante) per ridurre le dimensioni del tumore
I tumori in stadio III non vengono invece operati e il trattamento di scelta è rappresentato dalla combinazione radiochemioterapica
Nei carcinomi polmonari non a piccole cellule in stadio IV l’approccio terapeutico prevede diversi schemi di chemioterapia o farmaci a bersaglio molecolare.

La diagnosi
A causa della presenza di pochi e non specifici sintomi, la diagnosi delle neoplasie polmonari è spesso tardiva. Ad esempio la tosse e la raucedine sono sintomi comuni nel fumatore e, proprio per questo, vengono spesso trascurati.
Quando una persona presenta segni e/o sintomi tipici di un tumore del polmone (tosse secca o con catarro, piccole perdite di sangue con i colpi di tosse, difficoltà respiratorie, dolore al torace, perdita di peso), è fondamentale una visita accurata.
La radiografia del torace rappresenta di solito il primo esame effettuato, che però non consente di giungere ad una diagnosi di natura e non è comunque un’indagine precisa.
Sicuramente più accurata è la TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) che permette di localizzare la malattia, i suoi rapporti con altri organi, oltre che di definire lo stadio del tumore quando l’esame diagnostico viene esteso oltre che al torace, anche al cranio e all’addome.
La PET (Positron Emission Tomography) può essere utile in alcuni casi, dopo l’esecuzione della TAC o come esame di controllo nel tempo e consente, tra l’altro, anche di valutare l’apparato scheletrico e il suo eventuale coinvolgimento nella malattia.

Fare diagnosi significa identificare la presenza delle cellule maligne e questo obiettivo può essere raggiunto con esami più o meno invasivi, che verranno valutati dal medico di riferimento sulla base delle caratteristiche del paziente e della malattia. La diagnosi può essere raggiunta attraverso l’esame dell’escreato, l’esame fibrobroncoscopico, l’esame del liquido pleurico (qualora presente), la biopsia polmonare TAC o Eco-guidata oppure (qualora questi primi accertamenti non consentano di conseguire la diagnosi) la mediastinoscopia o toracoscopia esplorativa.

 

I NUMERI DEL CARCINOMA POLMONARE

Incidenza
Nel 2014 sono state registrate 40.000 nuove diagnosi di tumore del polmone1, delle quali circa il 30% fra le donne. Rappresentano l’11% di tutti nuovi casi di cancro nella popolazione: il 15% di quelli maschili e il 6%  di quelli femminili. Attualmente 1 uomo su 9 ed una donna su 37 può sviluppare la malattia nel corso della vita. In Sardegna colpisce ogni anno circa 1.020 persone (790 uomini, 230 donne).
Mortalità
Nel 2011 sono stati 33.706 i decessi per carcinoma polmonare. Questa neoplasia è la prima causa di morte per tumore nei maschi (26%) e la terza nelle donne (11%). Tra gli uomini è al primo posto tra le cause di morte oncologica mentre nelle donne è la terza causa di decesso per neoplasia.
Sopravvivenza
La percentuale di persone vive a 5 anni dalla diagnosi fra i malati di tumore del polmone è aumentata tra i primi anni ’90 e la fine del primo decennio del 2000. La percentuale è passata dal 10 al 14% nei maschi e dal 12 al 18% nelle femmine. La probabilità di sopravvivere per ulteriori 5 anni cambia notevolmente dopo la diagnosi, essendo per i sopravviventi ad 1 e 5 anni rispettivamente  pari al 32% e 73% tra gli uomini e  al 38% e 75% tra le donne.

Prevalenza
Nel 2006 vivevano in Italia 75.365 persone con tumore del polmone, pari al 3,4% di tutti i pazienti con diagnosi di neoplasia. Di questi, 57.321 erano maschi (il 6% di tutti i pazienti oncologici) e 18.000 femmine (1,5%).

Fattori di rischio e prevenzione
Il tumore del polmone è la forma di cancro in cui il fumo di sigaretta rappresenta il più importante fattore di rischio. La probabilità di sviluppare la malattia è più alta di 14 volte nei tabagisti rispetto ai non fumatori. Aumenta fino a 20 volte in chi consuma oltre 20 sigarette al giorno. In Italia i prodotti a base di tabacco sono responsabili di oltre 9 decessi su 10 per cancro al polmone. Il fumo passivo è associato ad un aumento del rischio di sviluppare questa neoplasia di circa il 30%.

Gli altri fattori di rischio sono:

- inquinamento atmosferico (nel 2013 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro - IARC - ha classificato l’inquinamento atmosferico e le polveri sottili fra i carcinogeni umani di tipo 1),
- esposizione all’amianto in fibre (causa soprattutto il mesotelioma e accresce anche il pericolo di insorgenza del carcinoma polmonare)
- malattie polmonari croniche (ad esempio la tubercolosi)
- esposizioni ad alcune sostanze chimiche e minerali (tra cui radon, asbesto, cromo, cadmio e arsenico)

- età (passando dalla fascia d’età di 35 a quella di 75 anni, l’incidenza cresce di 20 volte per le donne e di 100 per gli uomini)
-storia personale

Il ruolo della predisposizione genetica è stato al centro di molti studi negli ultimi anni. In ogni caso rimane preponderante il ruolo del fumo e dei fattori ambientali. Smettere di fumare è di primaria importanza nella prevenzione, in quanto l’85% dei casi di carcinoma polmonare è causato proprio dalle sigarette. La diagnosi precoce (prevenzione secondaria) è auspicabile, specialmente se associata alla prevenzione primaria (disassuefazione dal fumo), per ridurre la mortalità.

 

LE TERAPIE

Il miglior trattamento dipende dal tipo di neoplasia, da quanto è progredita e dallo stato generale di salute del paziente. Nel caso del tumore a piccole cellule la terapia si basa principalmente sulla chemioterapia, che, in alcuni casi, può essere seguita dalla radioterapia; in altri la chemioterapia e la radioterapia si usano contemporaneamente. La chirurgia è considerata soltanto nei casi di malattia in fase molto iniziale.

Il trattamento del carcinoma non a piccole cellule varia in funzione dello stadio della malattia e, soprattutto, in relazione al tipo istologico (adenocarcinoma oppure carcinoma a cellule squamose).

La chirurgia
L’operazione chirurgica varia in relazione alle dimensioni, alla posizione del tumore e al coinvolgimento più o meno esteso dei linfonodi intratoracici. In base a queste variabili il chirurgo può decidere tra:

lobectomia: si esegue nelle forme di dimensioni minime periferiche e consiste nella estrazione di un solo lobo polmonare
pneumonectomia: si esegue nelle forme di dimensioni più importanti o più centrali e consiste nell’asportazione dell’intero polmone

La scelta del bisturi per il trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule può portare benefici solo se il cancro è in stadio iniziale. La chirurgia deve essere seguita dalla chemioterapia e dalla radioterapia. Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule invece può rappresentare un’opzione valida quando il cancro è localizzato (fino allo stadio III A) e non si estende ad altri organi. L’intervento può essere preceduto dalla chemioterapia o seguito dalla radioterapia e da un trattamento chemioterapico.

La radioterapia
Tramite l’uso di radiazioni ad alta energia si colpiscono e distruggono le cellule tumorali, cercando di danneggiare il meno possibile quelle sane. È utilizzata da sola oppure dopo l’intervento chirurgico. È uno dei trattamenti che possono essere impiegati nel tumore non a piccole cellule, in particolare quando la neoplasia non si sia ancora diffusa, ma può essere utilizzata anche per alleviare sintomi legati alla malattia, quali la mancanza di respiro, la tosse, l’espettorato con sangue ed è molto efficace nel controllo della sintomatologia dolorosa. Il carcinoma a piccole cellule è molto sensibile alla radioterapia, che può essere somministrata dopo (o con) la chemioterapia per migliorarne l’efficacia.

La chemioterapia
Consiste nella somministrazione di farmaci detti citotossici o antiblastici, che distruggono le cellule tumorali. Può ridurre il volume tumorale e migliorare sintomi quali mancanza di respiro, tosse, espettorato con sangue e dolore al petto. L’obiettivo della chemioterapia è anche quello di controllare i sintomi e migliorare la qualità di vita. La chemioterapia rimane il trattamento di scelta per la maggior parte dei casi di tumore del polmone a piccole cellule e quelli non a piccole cellule.
Viene utilizzata:
prima dell’operazione per ridurre la dimensione della neoplasia (neoadiuvante)
dopo un intervento chirurgico per diminuire il rischio di una recidiva (adiuvante)
per rimpicciolire il diametro tumorale e migliorare i sintomi nei casi non operabili

Nel tumore del polmone non a piccole cellule la chemioterapia può essere usata dopo la chirurgia per ridurre il rischio di recidiva. Può anche essere utile per ridurre la dimensione della neoplasia prima della chirurgia o per alleviare i sintomi nel caso in cui l’intervento non sia possibile.

Alcuni farmaci chemioterapici vengono utilizzati in combinazione con altri medicinali. Possono essere assunti dal paziente:
per via orale, generalmente sotto forma di compresse
per via endovenosa, somministrati in strutture ospedaliere

Ogni ciclo dura alcuni giorni ed è seguito da un periodo di riposo. Il numero totale di sedute dipende dalla risposta del tumore alla terapia.

Le terapie biologiche
Sono definite anche terapie mirate e sono rivolte contro le vie che controllano la crescita e la diffusione del tumore, modulando specifici processi molecolari e cellulari che partecipano allo sviluppo e progressione della malattia. La terapia biologica può includere gli anticorpi monoclonali, i vaccini e le terapie genetiche.
Lo studio dei processi che permettono alle cellule tumorali di crescere e diffondersi ha portato negli ultimi anni allo sviluppo di agenti specifici che si differenziano dai trattamenti classici (chemioterapia e radioterapia). Le terapie biologiche agiscono anche sui tumori che non rispondono alla chemioterapia e sono utilizzate da sole o in associazione ai farmaci citotossici. Alcune terapie target agiscono sull’angiogenesi, cioè sulla formazione di nuovi vasi sanguigni che alimentano il tumore: questi agenti (anticorpi monoclonali) sono chiamati anti-VEGF (fattore di crescita endoteliale vascolare). Man mano che la ricerca ha approfondito la genetica del tumore del polmone, sono state identificate alterazioni cromosomiche (mutazione, fusione o riarrangiamento) che hanno portato alla sintesi di nuovi farmaci. Alcuni hanno come bersaglio il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) e impediscono l’attivazione della via intracellulare che stimola crescita e proliferazione delle cellule tumorali. Gli antagonisti di EGFR possono essere molecole molto piccole (inibitori tirosin-chinasici), assunte per bocca, oppure complesse (anticorpi monoclonali), somministrate per via endovenosa.
Tra le nuove molecole, afatinib ha un meccanismo d’azione innovativo e si differenzia dai trattamenti mirati attualmente disponibili perché è in grado di inibire in maniera irreversibile EGFR e gli altri recettori della famiglia ErbB, che svolgono un ruolo centrale nello sviluppo e nella diffusione dei tumori più pervasivi e a mortalità elevata come il carcinoma polmonare. Questo meccanismo d’azione innovativo può determinare un beneficio terapeutico specifico.
Altre terapie sono specifiche per una particolare alterazione genetica, il riarrangiamento di un gene chiamato ALK, che viene spesso osservata nei tumori di pazienti non fumatori. Questa alterazione del gene ALK porta alla formazione di una proteina diversa che causa la crescita del tumore.

 

I PERICOLI DEL FUMO PASSIVO

Il fumo che finisce nei polmoni può essere di due tipi:
“primario”: quando è prodotto dall’inalazione del fumatore. È definito anche “fumo attivo”
“secondario”: è quello originato dallo spegnimento graduale della sigaretta nel posacenere e dall’espirazione del fumatore attivo. È chiamato anche “fumo passivo”. Viene inalato involontariamente dalle persone che vivono a contatto con uno o più tabagisti e rappresenta il principale inquinante degli ambienti chiusi.
In Sardegna il 21,2% dei cittadini con più di 14 anni fuma regolarmente. Si tratta di un dato superiore alla media italiana (20,9%).

In Italia i fumatori passivi sono 15 milioni, pari al 26,5% della popolazione. Il 50% degli under 14 (cioè 4 milioni di individui) vive con almeno un tabagista.
Il fumo passivo, al pari di quello attivo, possiede oltre 4.000 sostanze chimiche sotto forma di particelle e di gas. Per questo i non fumatori che lo inalano sono spesso colpiti dalle stesse malattie dei tabagisti (irritazione agli occhi e al naso, mal di testa, secchezza della gola, vertigini, nausea, tosse e problemi respiratori). Nel mondo le vittime sono oltre 600.000 l’anno.
Ricerche scientifiche dimostrano che inalare fumo altrui provoca:
cancro: negli Stati Uniti il fumo passivo è stato incluso tra i carcinogeni di classe A, per i quali non esiste un livello di esposizione senza rischi
malattie respiratorie croniche: le più frequenti sono asma e bronchiti e BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)
patologie cardiovascolari: il fumo passivo produce l’aggregazione delle piastrine del sangue che diventa più vischioso e diminuisce la velocità del flusso coronarico. Può determinare inoltre lesioni al rivestimento dei vasi sanguigni e modificare la frequenza cardiaca, aumentando così il rischio di un attacco di cuore
150.000-300.000 polmoniti e bronchiti nei bambini sotto i 18 mesi e 15.000 ricoveri in ospedali pediatrici ogni anno nel nostro Paese
La legge italiana
La legge n.3 del 16 gennaio 2003 ha introdotto nel nostro Paese una norma innovativa a tutela della salute pubblica e dei diritti dei non fumatori, estendendo il divieto di fumo in tutti i locali pubblici La norma è poi stata imitata da diversi altri Paesi europei in pochi anni. Il divieto è stato successivamente ampliato, dal 10 gennaio 2005, a tutti i locali aperti al pubblico e ai luoghi di lavoro. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ancora troppe persone sono esposte al rischi del fumo passivo. Nel mondo solo l’11% delle persone è protetto da legislazioni nazionali per garantire ambienti smoke-free. Tra le 100 città più popolose, solo 22 proteggono i loro abitanti proibendo il fumo nei luoghi pubblici. Non mancano tuttavia segnali positivi. Il numero dei non fumatori “protetti” è salito da 354 milioni del 2008 a 739 milioni nel 2010.

L’identikit di una sigaretta
La combustione del tabacco produce 4.000 sostanze gravemente dannose per l’organismo. Le principali sono:

Nicotina: aumenta il battito cardiaco (un fumatore arriva fino a 10.000 battiti in più al giorno). è un vasocostrittore, quindi aumenta la pressione, con effetti su tutto l’organismo (è causa del 34% delle morti per motivi vascolari). Oltre alla ben nota dipendenza, può indurre vertigini, nausea e vomito
Monossido di carbonio: si lega all’emoglobina al posto dell’ossigeno, accresce la concentrazione di piastrine e rende il sangue più vischioso. In questo modo aumenta il rischio di trombosi
Polonio 210: elemento radioattivo, presente nel sangue dei fumatori in misura superiore del 30%. È un elemento chimico assorbito dalle piante di tabacco tramite i fertilizzanti, inalati e trattenuti dall’apparato broncopolmonare
Benzopirene: prodotto di scarto della combustione, si trova nello scarico dei motori Diesel
Nitrosammine: provocano mutazioni genetiche e contribuiscono allo sviluppo dei tumori
Catrame: fumando un pacchetto al giorno per un anno, si immette nell’organismo una tazza di catrame (500 mg) che crea una patina oleosa e giallastra su denti, dita, capelli e vestiti. Contiene la maggior parte dei cancerogeni della sigaretta, la cui combinazione è ancor più velenosa della somma dei singoli.

 

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