Tumore al colon: migliora la qualità di vita, schizza il costo sociale
  • Gio, 15/05/2014 - 14:26

In Italia vivono circa 297 mila persone con diagnosi di tumore al colon-retto. Sono per lo più uomini (56,4%), in prevalenza longevi (il 40% ha tra i 60 e i 69 anni, il 30% oltre 70), fuori dal mondo lavorativo (il 46% è pensionato) e con un livello d’istruzione medio basso (61%). La qualità di vita è buona per più del 42%, percentuale di diversi punti superiore a quella degli altri pazienti (37%) e delle donne con tumore alla mammella (38,6%). Il 45% la giudica sufficiente, l’11,4% insufficiente (contro il 13% circa degli altri pazienti). Come rileva l’indagine Censis, contenuta nel VI Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici presentato oggi al Senato nel corso della IX Giornata nazionale del malato oncologico, il peso sanitario e umano della patologia sulla persona e i familiari viene moltiplicato dal costo economico. Il costo sociale complessivo annuo relativo ai malati di tumore al colon-retto e ai caregiver è pari a 5,7 miliardi di euro, mentre il costo medio procapite annuo in capo a paziente e caregiver è di 41,6 mila euro, di contro a 34,2 mila euro annui in media per i malati di patologie tumorali, con un alto rischio di burn out per chi più è esposto nella famiglia.

Le maggiori problematiche, emerse nella ricerca, sono relative alla dimensione psicologica, come evidenziato dal 34% dei malati di tumore al colon-retto intervistati. Il 27% richiama i problemi insorti con i propri familiari, il 16,5% i rapporti sociali con le altre persone. Ci sono poi difficoltà legate alla vita quotidiana: la ripresa delle attività quotidiane per un malato di tumore al colon-retto avviene in media in 7 mesi; oltre il 29% è costretto da disturbi sia fisici che psicologici ad interrompere di nuovo le attività ordinarie a causa di un peggioramento della malattia. Del 20% dei pazienti con tumore al colon che ha svolto la riabilitazione, il 9,2% è soddisfatto e dichiara di aver avuto un impatto positivo (dato di gran lunga inferiore a quello medio del campione generale, pari al 21,5%); mentre il 5,8% ha avuto un impatto negativo (rispetto al 4,2%) e il 5% dichiara di non aver avuto alcun impatto (rispetto a quasi il 7% degli altri pazienti). Tra le persone con tumore al colon che invece non hanno svolto attività riabilitativa, il 17,5% dichiara che ne avrebbe avuto bisogno, quota più alta rispetto al resto del campione (13,9%). I pazienti con tumore del colon si affidano di più ai servizi sanitari del proprio territorio rifuggendo, più degli altri, dalle migrazioni in altre Regioni. Ssolo il 7,6% si è rivolto ad un servizio sanitario di un’altra Regione, sottoponendosi ad un sovraccarico di stress legato ai trasferimenti (vs il 12% dei malati con altre forme di cancro). Il 41% si è rivolto a servizi nella propria provincia di residenza, più degli altri malati di tumore. Dai dati traspare una soggettività ferita, sofferente, che molto si affida ai familiari, in particolare madri, figlie e parenti donne; quasi il 92% dei malati ha un caregiver e nel 42% dei casi si tratta della moglie o della convivente. Sul piano sanitario, essenziale l’oncologo di fiducia, con l’82,6% di pazienti che dichiara di averlo ed il 62,5% che non lo ha mai cambiato. Reagire (32,2%) è la risposta prevalente alla diagnosi, seguono la reazione di paura (28%), l’incredulità (21,7%) la rabbia (20,3%).

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