A "Scuola in ospedale" col maestro Andrea piccoli pazienti ritrovano il loro mondo
  • Lun, 24/02/2014 - 11:57

La malattia. Il dolore e la paura. Sono parole soffocate, ingoiate, cancellate. Parole pesanti come macigni sul cuore che non riescono a liberarsi nell'aria. Aleggiano tra le corsie, si infilano nelle stanze colorate del reparto di Oncoematologia pediatrica dell'ospedale Microcitemico di Cagliari, dove la vita e la morte si guardano in faccia ogni giorno negli occhi dei bambini. Sotto la mascherina i cuori battono veloci e la vita la si guarda scorrere laggiù, lontano, fuori, magari col muso attaccato ad appannare i vetri di quelle finestre arcobaleno. Ma c'è un posto, una piccola stanza dove nulla cambia, dove i piccoli pazienti che ogni giorno combattono contro leucemie e tumori possono ritrovare un po' di normalità, la loro normalità. Quattro mura tappezzate di cartine, disegni e  magiche poesie e l'odore della carta dei libri della micro biblioteca. E' la "Scuola in Ospedale" del Microcitemico, la stanza dove i bambini ricoverati possono continuare il loro percorso scolastico insieme al "maestroinospedale", Andrea Serra.

Nella piccola classe in un anno mediamente il maestro ne segue una trentina, di cui sei-sette sono bambini che devono trascorrere lunghi periodi in ospedale, altri sette un po' meno, e gli altri ancora sono quelli che vanno per controlli una volta alla settimana, e quelli che arrivano periodicamente per le visite di controllo. Camice bianco d'ordinanza "scolasticamente corretto", piglio da vero maestro e humor "casteddaio", Andrea Serra, oltre che i pazienti di onco-ematologia segue quelli della seconda clinica pediatrica e del centro trapianti.

La scuola in ospedale è un posto protetto, un piccolo nido dove ritrovano loro stessi e la routine dei compiti e delle lezioni li tiene ancorati alla vita reale che da un po' di tempo hanno dovuto mettere da parte. "Con quelli che stanno più tempo in ospedale continuiamo proprio il programma scolastico", spiega il maestro, "con quelli che vengono saltuariamente affrontiamo argomenti specifici che magari non hanno capito e vogliono approfondire. O magari facciamo qualcosa di motivazionale. Qualcuno viene semplicemente per risedersi su quella sedia, poter parlare, poter raccontare, magari non fare nulla ma, semplicemente, rivivere le cose belle dei tempi andati nei momenti brutti, vedono quello che tu fai con gli altri e magari gli si riaccendono lampadine". I contatti con le scuole si prendono solo per chi si deve trattenere a lungo, per gli altri si fanno lezioni spot o i compiti. Qualcuno torna magari solo per leggere, scrivere o ascoltare musica. O per essere ascoltato. Semplicemente. Tra  chemio, medicine, risonanze e analisi, la voce del bambino si perde. "E allora l'ascolto diventa fondamentale. Ascolto significa anche lasciare che siano loro a trovare il proprio modo per esorcizzare il dolore. Qualcuno urla, qualcuno piange, qualcun altro segue il solito rito e chiede che gli venga letto un libro, magari sempre lo stesso pezzettino, perché l'altra volta così aveva funzionato". Sono bambini che ogni giorno si trovano davanti la morte, sono consapevoli, spesso più dei genitori che la paura della malattia ti si appiccica sulla pelle e non la levi più. Neanche se le cartelle cliniche dicono che è tutto a posto. "Soprattutto qui per i pazienti del Microcitemico, guarigione è un termine che viene usato a sproposito", ribadisce Andrea Serra. "Non si chiude niente: per gli effetti collaterali che le terapie continuano ad avere nel tempo e che spesso li riportano in ospedale e per la paura che possa risuccedere. E risuccede, se anche uno non sta male, vede che qualcun altro che era in camera con lui si è riammalato e qualcuno nel frattempo non c'è più". Non si esce dalla malattia, la malattia si trascina. "La trascinano i ragazzini, ma più di tutto i genitori che spesso non riescono ad accettarla. Ma come non comprenderli. Non vogliono vedere: forse a volte per paura, possono persino arrivare alla scissione tra quello che è successo prima, quello che succede ora e quello che succederà poi, quando si sarà fuori dall'ospedale. E' il loro modo di affrontare un dolore così grande". Un dolore che ogni bambino porterà per sempre con sè.

Francesca Cardia

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