Prevenzione, genere e novità della medicina le nuove frontiere della "Cardiologia"
  • Gio, 13/03/2014 - 15:02

Poche regole e tanta prevenzione per combattere le malattie del cuore. Niente fumo, attività fisica, alimentazione, controllo di pressione, colesterolo e glicemia. E poi c'è il fattore genetico. Meno fattori di rischio si hanno maggiore è la possibilità di scongiurare problemi cardiaci. Le patologie più diffuse sono legate a problemi coronarici, infarto e angina, ma anche lo scompenso cardiaco e le aritmie, oltre le malattie delle valvole del cuore. Mediamente nella Cardiologia dell'ospedale Brotzu di Cagliari si registrano 2.300 ricoveri all'anno. L'identikit delle persone che vengono accolte nel reparto diretto da Maurizio Porcu è facile da tracciare. "Si tratta di pazienti con malattie acute, di età orientativamente tra i 60 e gli 80 anni, con una percentuale sostanzialmente equilibrata tra uomini e donne, con una lieve prevalenza di uomini", spiega il primario della Cardiologia dell'ospedale di piazzale Ricchi.
Il reparto di Porcu è stato al centro di un “esperimento” di osservazione di due anni da parte di un gruppo di studiosi della Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Cagliari sulla medicina di genere. Esperimento raccolto nel libro “Genere e salute in Italia. Aspetti socioeconomici” a cura di Antonio Sassu, Anna Oppo, Sergio Lodde e Maurizio Porcu (Carocci editore). “Il team guidato dai professori Sassu, Oppo e Lodde mi ha chiesto di poter fare una ricerca un po' fuori dagli schemi, per vedere quali potessero essere le differenze di genere nella gestione delle cardiopatie in termini economici e sociologici”. Sociologi ed economisti sono stati in Cardiologia per due anni e con interviste a medici e pazienti hanno valutato i comportamenti dell'equipe, le risposte ai trattamenti da parte dei pazienti e le differenze negli aspetti economici correlate ai sessi. “E' venuto fuori che un livello culturale più alto garantisce un accesso migliore alle cure e una maggiore aderenza al trattamento, in generale. Sul fronte del genere, tendenzialmente la donna di età più avanzata quando ha un livello culturale più basso aderisce meno ai trattamenti”.

Non c'è dubbio che uomini e donne siano diversi nella malattia. Ma addirittura ci sono delle patologie in cardiologia che sono prevalenti nelle donne, la cui causa è poco nota, come la sindrome di Takotsubo. Chiamata anche cardiomiopatia da stress, oppure nota come sindrome del cuore infranto, prende il nome dalla forma del vaso utilizzato dai pescatori di polpo in Giappone (tsubo), Paese in cui fu identificata e descritta per la prima volta la malattia nel 1991. "Si presenta di solito nelle donne di età non particolarmente avanzata, simula in tutto e per tutto l'infarto, acuto, e in genere insorge in seguito a grossi stress emotivi, ad esempio lutti. Sembra un infarto, ma quando facciamo la coronarografia, non troviamo un'ostruzione nelle coronarie che si presentano perfettamente normali, è il cuore che cambia forma e si altera salvo poi regredire senza danni in uno o due mesi". Ancora non si sa bene quali siano le cause, ma la cosa che colpisce di più è che è una patologia prettamente femminile: "La percentuale è di otto a due, nove a uno".

Grazie ai progressi della medicina e grazie alla prevenzione l'aspettativa di vita media degli italiani è salita dalla fine degli anni Settanta ad oggi: in trenta-quaranta anni si sono guadagnati dieci anni. "Le donne hanno un'aspettativa media di vita di 84 anni, gli uomini sfiorano gli 80 anni". Questo risultato secondo Porcu è dovuto prevalentemente ai progressi nella cura delle malattie cardiovascolari che rimangono la maggior causa di morte, ancora più delle patologie oncologiche: "Mentre prima con un infarto la mortalità entro un mese era intorno al 18 per cento, adesso è scesa sotto il 6 per cento, si è ridotta di un terzo".  Fino ai primi anni Ottanta sull'infarto non si poteva fare nulla se non una gestione attendista. "Dopo un infarto il paziente doveva stare a letto un mese", spiega Porcu. “Adesso un infarto non complicato lo dimettiamo in quattro-cinque giornate. Tutti quelli che arrivano qui fanno immediatamente l'angioplastica e disostruiscono l'arteria occlusa mettendo uno stent e questo vuol dire recupero del muscolo". 

Il problema importante dell'infarto è l'immediatezza del trattamento."Agire subito, perché quando si ha l'occlusione della coronaria il muscolo muore ed entro sei ore ha perso tutto quello che non è irrorato. Tanto prima si disostruisce la coronaria e si ripristina il flusso al muscolo, tanto più il muscolo si salva”. Quando uno ha un dolore deve immediatamente chiamare il 118 e farsi trasportare in ambulanza all'ospedale. “Non andare con i mezzi propri. Questi sono i momenti più critici e se non si ha un trasporto protetto e si verifica una complicanza, magari arrivando da lontano, c'è una grossa probabilità di arrivare al Pronto Soccorso quando ormai è troppo tardi”. Altra raccomandazione importantissima: non aspettare. “Mai attendere che passi, interrogandosi sulla causa del dolore: stomaco, esofago e così via”.

Diversi i campi di interesse ed le equipe che si occupano in modo prevalente di alcune patologie. La terapia intensiva del Brotzu per i pazienti cardiologici acuti è strutturata come una vera terapia intensiva e non come unità coronarica. “In questo ospedale, ed è una peculiarità di pochi ospedali in tutta Italia, teniamo in terapia intensiva cardiologica anche i pazienti intubati con il ventilatore, quelli con le macchine dialittiche, con contropulsatori aortici. Prima questi pazienti venivano trasferiti in reparti di terapia intensiva non cardiologici”. Sul fronte della fibrillazione atriale si esegue l'ablazione di tutte le aritmie con le varie tecniche e poi c'è l'impianto dei defibrillatori sottocutanei, che si mettono per prevenire il rischio di morte improvvisa nei pazienti a rischio di aritmie gravi.
Poi c'è un settore che si occupa di aritmologia, che ha avuto un grandissimo impulso negli ultimi quattro anni e che ha completato tutte le tecniche eseguibili in cardiologia: oltre alle classiche tecniche di stimolazione elettrica con i pacemaker, il posizionamento dei defibrillatori endocavitari nei pazienti a rischio di morte improvvisa, nel posizionamento di pacemaker biventricolari per la cura dello scompenso cardiaco, che sono cose che si fanno anche in altri centri, abbiamo iniziato un programma di estrazione di cateteri endocavitari. Una tecnica che il Brotzu è l'unico a praticare in Sardegna. I cateteri elettrostimolatori sono sottili cavi inseriti attraverso grandi vene, posizionati all’interno del cuore e collegati ai pacemaker e ai defibrillatori impiantati sotto la cute del torace. In situazioni particolari, come nel corso di infezioni o di malfunzionamenti tecnici, o nel caso in cui si rompano, si rende necessaria la rimozione del pacemaker (o defibrillatore) e dei cateteri stimolatori. Nel caso in cui tali cateteri siano stati impiantati da molto tempo, l’estrazione diventa estremamente complessa, a causa di fenomeni di aderenza dei cateteri stessi all’interno del cuore e ai vasi sanguigni che attraversano. “Per toglierli prima si faceva un intervento cardio-chirurgico: si doveva aprire il torace, il cuore, sbrogliare i cateteri, qualche volta non era possibile, adesso invece con delle tecniche percutanee noi riusciamo a catturarli con dei dispositivi che passano sopra il catetere e lo sfilano. Questo programma l'abbiamo iniziato due anni fa con Gianfranco Tola e Barbara Schintu che ormai ne hanno fatto una settantina o più con risultati eccellenti e complicanze pari a zero, nessun decesso. Una tecnica complicata che richiede mani esperte”. Prima si facevano con dei consulenti che venivano dal resto d'Italia e lo facevano con il laser, con una spesa di 18mila euro a procedura. Ora con questa tecnica e i medici dell'ospedali si sono abbattuti i costi a 1.000-1.500 euro per paziente.

Una cosa che si fa in esclusiva al Brotzu e in nessun altra parte d'Italia, riguarda sempre il campo aritmologico: è il posizionamento di elettrodi da stimolazione per via robotica. “in ospedale c'è un robot, il robot Da Vinci, che viene usato anche dal chirurgo toracico, Paolo Loddo, per fare interventi sul polmone. Ci sono delle situazioni in cui è impossibile inserire i cateteri che servono per la stimolazione biventricolare che si usa nei pazienti con scompenso cardiaco, dove dobbiamo arrivare a posizionare un catetere che stimoli la parte sinistra del cuore. Per ovviare a questo il chirurgo toracico inserisce il catetere esternamente in robotica e poi la nostra equipe lo collega al pacemaker”.

Francesca Cardia

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