Le nuove frontiere nella terapia dell'ipertensione arteriosa resistente: denervazione renale
  • Gio, 10/09/2015 - 13:33

L'ipertensione arteriosa è la malattia del secolo. Alimentazione e stili di vita scorretti, stress, fumo, sono i principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. I dati epidemiologici del ministero della Salute indicano che ad oggi la popolazione totale degli ipertesi in Italia è di oltre 14 milioni. “C'è una percentuale che oscilla tra il 40 e il 70 per cento di pazienti ipertesi che risponde positivamente alle terapie farmacologiche e di conseguenza un 20-30 per cento per i quali con la terapia farmacologica non si arriva a target pressori soddisfacenti”, spiega Alessio Spinelli che arriva direttamente dal Policlinico di Tor Vergata e lavora da sei mesi nel reparto di Radiologia del Santissima Trinità, diretto da Stefano Marcia. In questo caso si parla di ipertensione arteriosa resistente, una condizione che obbliga i pazienti ad assumere ogni giorno fino a sei farmaci con un elevato rischio di complicanze cardiovascolari. L'ipertensione arteriosa resistente è una patologia ad alto impatto sociale con importanti ricadute economiche sul Sistema sanitario nazionale. “Per questi pazienti intervenire con una simpaticectomia renale percutanea, andando a bruciare le fibre del sistema nervoso simpatico renale (che riveste un ruolo fondamentale nei meccanismi patogenetici di questa condizione), determina una riduzione della pressione arteriosa e del tasso di mortalità del 50 per cento, con ricadute positive sulla salute del paziente e sui costi del sistema sanitario”. L'11 settembre, al THotel di Cagliari, dalle 8,30 si terrà il seminario di aggiornamento su "Le nuove frontiere nella terapia dell'ipertensione arteriosa resistente: denervazione renale".
La simapticectomia renale percutanea, ovvero la interruzione delle fibre nervose del sistema simaptico a livello delle arterie renali, è una procedura mini-invasiva e innovativa di Radiologia Interventistica che si candida come valido trattamento terapeutico nella sindrome dell’ipertensione arteriosa resistente. “In passato si interveniva chirurgicamente”, continua Spinelli, “una procedura molto invasiva e rischiosa. Oggi la novità è che si interviene in anestesia locale, con semplice un buchino sull'arteria renale e un rischio bassissimo, dell'un per cento. Dopo solo due giorni di ricovero si va a casa. In passato si è spinto troppo l'uso di questo intervento anche su pazienti non idonei, quelli con ipertensione secondaria. Per un buon risultato bisogna trovare il “vero paziente con ipertensione arteriosa resistente” e in questo senso il ruolo dei clinici è fondamentale”.

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