La terapia protesica della artrosi dell’anca
  • Mer, 06/05/2015 - 11:27

Come tutte le articolazioni del nostro corpo, anche quella dell’anca può andare incontro al processo degenerativo dell’artrosi. Le cause di tale patologia sono spesso geneticamente determinate, o favorite (forma idiopatica); ma il più delle volte l’origine del processo risiede in una qualche anomalia dello sviluppo o a causa di processi infiammatori cronici, o traumi-microtraumi ripetuti (forme secondarie). Qualunque sia la causa, conosciuta o meno, l’evoluzione porta alla progressiva perdita del rivestimento cartilagineo del femore e della coppa acetabolare.  Tale progressione può oggi essere notevolmente ritardata e rallentata grazie alla diagnosi precoce dei meccanismi in grado portare al processo degenerativo.
L’intervento, a seconda della forma e della gravità, può essere ortesico (consistente cioè nell’utilizzo di tutori), chirurgico con tecniche artroscopiche (come nell’impingement femoro-acetabolare) o di chirurgia aperta (grave displasia; retroversione acetabolare).
Nelle forme idiopatiche o comunque evolute, quando la chirurgia di prevenzione non trova più indicazione ed i consueti metodi conservativi hanno cessato di dare beneficio (fisioterapia, infiltrazioni con acido ialuronico), il ricorso alla sostituzione protesica dell’articolazione rappresenta una valida opzione terapeutica. 
La protesizzazione dell’articolazione dell’anca consiste nel ricostituire lo scorrimento di una sfera levigata  in una coppa, congruente con la precedente ed ugualmente levigata, la dove il processo artrosico ha usurato il rivestimento cartilagineo e frequentemente alterato la forma dei capi articolari femorale ed acetabolare.


                                         
Essa si compone quindi di una componente femorale e di una componente acetabolare, saldamente fissate rispettivamente al femore ed al bacino.

      

L’articolarità tra le due componenti è data dallo scivolamento della sfera, montata sulla componente femorale, con la coppa, fissata al bacino.

L’anca è un’articolazione profonda, ricoperta da uno spesso strato muscolare. Esistono varie “strade” per giungere all’articolazione. Quelle da me utilizzate sono la via Postero-laterale e la via anteriore, entrambe realizzate con tecnica mini invasiva cioè con il massimo risparmio e rispetto dei tessuti molli (muscoli, tendini, legamenti) e dell’osso.
La protesi d’anca può essere fissata all’osso con tecnica cementata o non cementata.

La letteratura Internazionale dimostra ormai che le protesi non cementate di ultima generazione sono in grado di dare risultati sovrapponibili alle protesi cementate, purchè correttamente impiantate.
Gli obiettivi di una protesi totale d’anca correttamente impiantata secondo i criteri più attuali sono non più limitati alla sola stabilità articolare ed al ripristino di un buon movimento, ma prevedono la comprensione e la correzione dei meccanismi che hanno portato l’anca nativa ad un’usura precoce, unitamente al ripristino dei parametri morfometrici propri di quella singola articolazione.

Ne deriva la necessità di una personalizzazione dell’impianto ricercando il migliore compromesso in termini di invasività, stabilità, ripristino della fisiologica biomeccanica articolare.        
Così facendo sarà possibile donare al paziente una qualità della vita decisamente soddisfacente, con il ritorno alla piena attività, benchè sia comunque sconsigliabile la pratica di sport  di “impatto” al fine di una migliore longevità dell’impianto che può arrivare anche a 20-25 anni in un’alta percentuale dei casi.

Piernicola Dimopoulos

 

Piernicola Dimopoulos, specialista in Ortopedia e Traumatologia

 

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