La monosomministrazione giornaliera aumenta l’aderenza alla terapia del paziente trapiantato
  • Ven, 23/10/2015 - 14:33

Franco Citterio

Presidente SITO - Società Italiana Trapianti d’Organo

 

 

 

 

Diversi studi evidenziano come la scarsa aderenza al trattamento sia tra le principali cause di risultati clinici sub-ottimali nei pazienti trapiantati d’organo. Quanto conta l’aderenza alle terapie immunosoppressive in funzione dei risultati clinici?

L’aderenza alle terapie è estremamente importante, questo perché i pazienti dopo il trapianto di un organo devono assumere i farmaci immunosoppressivi per evitare la reazione di rigetto e lo scopo di queste terapie è proprio quello di tenere sotto controllo il sistema immunitario. A volte il migliore dei trattamenti perde efficacia proprio a causa della mancata aderenza che determina problemi a livello clinico, come la reazione di rigetto, ma anche economico poiché genera spreco di risorse del sistema sanitario nazionale. Per essere efficaci le concentrazioni dei farmaci devono stare entro un determinato range, al di sotto del quale non funzionano mentre al di sopra possono dare effetti collaterali. Tutto questo richiede che il paziente assuma la terapia immunosoppressiva con regolarità e costanza e si sottoponga alle prescrizioni dei controlli periodici medici e laboratoristici, altro punto cruciale. Se scopriamo che un organo non funziona quando si manifestano sintomi è ovvio che è già troppo tardi. Dunque è ovvio che una buona aderenza alla terapia influenza positivamente i risultati clinici.

 

In base alla sua esperienza, il medico come può identificare i pazienti trapiantati d’organo a rischio di non aderenza? E attraverso quali interventi individualizzati può aumentare l’aderenza stessa?

È molto frustrante per un medico assistere all’inefficacia di una terapia perché non si è stati capaci di convincere il paziente a seguire le prescrizioni mediche, sebbene sia nel suo interesse farlo. I medici hanno a disposizione diverse metodiche che possono essere utilizzate a questo scopo, tuttavia quella che funziona meglio è costruire un’alleanza terapeutica medico-paziente. Questo tipo di rapporto personalizzato permette al paziente di acquisire consapevolezza sulla malattia e di sentirsi parte attiva nella cura. Esistono poi diversi test di valutazione dell’aderenza come apparecchi elettronici che contano le pillole o strumenti per ricordare di assumere le terapie, ma purtroppo non si sono dimostrate di reale efficacia. Una relazione stretta tra medico e paziente serve a condividere gli obiettivi, permette l’instaurarsi di un rapporto di fiducia e confidenza. Un esempio di come questa relazione può funzionare è il caso in cui si manifestino delle complicanze. Se c’è fiducia e confidenza il paziente telefona subito al medico curante e insieme affrontano il problema, se non c’è questo contatto speciale, il paziente fa da solo e allora combina guai. Al medico resta poi un’altra modalità sicura per valutare l’aderenza: gli esami del sangue, attraverso i quali si conosce la reale concentrazione del farmaco e si misura quanto il paziente è stato aderente alle terapie.

 

L’aderenza alle terapie presuppone una motivazione forte e sostenuta da parte del paziente: in che misura la semplificazione degli schemi terapeutici e, quindi, la prospettiva di una terapia che si concilia meglio con la vita quotidiana può aumentare questa motivazione?

Direi che la semplificazione dello schema terapeutico cronico è fondamentale. Pensiamo agli ipertesi o ai pazienti diabetici: una cosa è assumere una pasticca al giorno, un’altra è assumerne una ogni 8 ore. La questione si complica terribilmente man mano che aumentano il numero dei farmaci e i tempi di assunzione. Avere un farmaco che possa essere preso una sola volta al giorno non solo semplifica la terapia, ma aumenta la motivazione, perché riduce la possibilità di errore e potenzia la fiducia del paziente.

 
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