Dislessia e Dsa sotto la lente di Giacomo Stella
  • Mar, 22/04/2014 - 11:17

Dislessia e disturbi specifici di apprendimento sotto la lente. Giacomo Stella sarà a Cagliari il 26 e il 27 aprile per un corso sui disturbi del linguaggio e sulle manifestazione del problema in età evolutiva. Stella è professore ordinario di Psicologia clinica all'Università di Modena e Reggio Emilia, fondatore dell'Associazione italiana dislessia, membro del comitato tecnico-scientifico per l'attuazione della legge 170 e del comitato promotore per il panel di aggiornamento e revisione della Consensus conference sui Dsa. direttore scientifico della rete di centri clinici S.o.s. Dislessia per diagnosi e rieducazione dei Dsa e di I.RI.DE, Istituto di Ricerca sulla dislessia evolutiva, da anni indirizza la ricerca verso applicazioni in campo educativo. Direttore del master di Neuropsicologia dei Dsa realizzato congiuntamente dalle Università di Modena e Reggio Emilia, Urbino e Repubblica di San Marino. Il professore, uno dei massimi esperti sui temi della Dislessia e dei Dsa in Italia e in Europa, definisce cosa si intende per disturbi specifici di apprendimento e ne spiega le principali caratteristiche e interazioni con gli enti preposti alla formazione del bambino.

Disturbi specifici di apprendimento, si possono definire e spiegare in modo chiaro e accessibile a tutti?
La dislessia viene  definita come un disturbo di apprendimento di natura neurobiologica che riguarda la capacità di leggere ad alta voce, cioè di trasformare un testo scritto in palato. La dislessia viene espressa  come distanza delle prestazioni  di un bambino dalla media  delle prestazioni dei suoi pari età e scolarità. Questa distanza è solo espressione di fattori  costituzionali, oppure dipende anche dall’ambiente, cioè dalla scuola? Innanzitutto ci sono i fattori costituzionali, in quanto predisposizione ad apprendere in seguito a esposizione ripetuta. Tutti noi siamo dotati di capacità innate di apprendere con facilità di fronte a presentazioni ripetute. Ci sono tuttavia elementi ambientali che possono ostacolare o facilitare questi processi di apprendimento. Per esempio la velocità con cui procede l’insegnante, l’uso della scrittura corsiva , etc.

Campanelli d'allarme per i genitori, innanzitutto, e per gli operatori delle agenzie educative
I primi segnali sono diversi a seconda del periodo considerato. Per esempio, in età prescolare il linguaggio verbale costituisce il segnale più attendibile per prevedere eventuali difficoltà scolastiche, mentre all’inizio della scolarizzazione si deve fare attenzione se il bambino non impara rapidamente le lettere (nella presentazione in stampato maiuscolo), oppure se ha difficoltà a scrivere il suo nome, oppure ancora se è molto lento e impreciso nel copiare dalla lavagna.
Di fronte a questi segnali non si deve immediatamente inviare il bambino per una diagnosi, ma è utile aumentare l’attenzione nei suoi confronti e proporgli una didattica più vicina alle sue capacità o al suo stile cognitivo. Questa è la vera difficoltà della didattica e il vero "buco nero" nella formazione dei docenti: l’incapacità di cambiare e di adattare il proprio metodo alle difficoltà dei bambini.

I numeri in Italia: il fenomeno è in crescita o è aumentata la sensibilità nei confronti del problema? Esistono stime per la Sardegna?
Prima di dire quanti sono i dislessici, è  necessario fare chiarezza su come si generano i numeri che portano alle percentuali di prevalenza della dislessia che non è una malattia come la polmonite, ma  viene definita come una manifestazione della varianza della popolazione, in riferimento allo sviluppo neurologico di alcune funzioni. Il termine varianza esprime  la distanza dal comportamento medio della popolazione, allo stesso modo con cui  viene definita la statura alta o bassa di un individuo. Se la popolazione di maschi di un certo paese all’età di 18 anni ha un’altezza media  di 175 cm, non vuol dire che la maggioranza della popolazione è alta 175 cm. Per stabilire l’altezza della maggioranza della popolazione bisogna costruire un intervallo che è composto da una misura sopra e sotto la media. Questa misura si chiama deviazione standard ed esprime la dispersione rispetto al punto medio. Supponiamo che per la statura dei maschi di 18 anni di un certo paese la deviazione sia di 5 cm. La statura  media viene ottenuta costruendo un intervallo che va da 175 cm meno 5 a 175 cm più 5, cioè è compresa fra 170 e 180. Se le misure sono prese su un gruppo  sufficientemente ampio da rappresentare tutte le caratteristiche della popolazione entro questo intervallo si colloca il 67% della popolazione stessa. Se aggiungiamo un’ulteriore deviazione standard (cioè altri 5 cm da una parte e dall’altra) otteniamo una misura inferiore di 165 e una superiore di 185 cm. Entro questo intervallo si colloca il 93% della popolazione. Quelli che restano si distribuiscono equamente al di sotto e al di sopra dei 2 valori estremi, e questa viene definita come devianza patologica.

Dunque, come si vede, stabilire i numeri è un’operazione complessa e invece di solito viene fatta in modo molto superficiale. Tornando alla dislessia, non possiamo definirla se  non  conosciamo la velocità di lettura assoluta dei bambini di ciascuna classe scolastica. I bambini dislessici sono coloro che si collocano a 2 deviazioni standard di distanza dalla media e quindi, necessariamente rappresentano circa il 3,5% del campione. I dislessici non possono essere quindi né troppi né troppo pochi ma sono comunque meno del 5% della popolazione poiché questo è il valore di devianza in un gruppo omogeneo di soggetti. Ciò non significa che in ogni classe ci sarà il 3,5% di studenti dislessici perché la distribuzione all’interno delle classi non è omogenea ma casuale. Quindi non ha senso dire quanti sono i dislessici, piuttosto sapere quanti sono quelli diagnosticati. Nel 2013 il Miur ha calcolato che vi sono 90.000 diagnosi presso i vari Uffici Scolastici regionali.  Corrispondono all’1,1% della popolazione scolastica in età 6-18 anni. Quindi manca almeno il 2% delle diagnosi. Inoltre la distribuzione è disomogenea nelle diverse regioni. In Calabria viene certificato lo 0,1%, mentre in Emilia Romagna, il 2,2.

Prima si diceva "Il bambino è intelligente ma può fare di più, è pigro", oggi in quale modo un dislessico vive il disturbo e quando questo diventa un disagio?
Quando di parlava di “bambino pigro “, e purtroppo ancora oggi se ne parla troppo, non si avevano conoscenze adeguate sull’apprendimento e soprattutto sulle basi biologiche su cui poggia. Tuttavia bisogna riconoscere che non è semplice capire la natura del Dsa, in quanto riguarda apprendimenti che la maggior parte di noi ha realizzato senza alcuno sforzo e dunque ci riesce inspiegabile pensare che per qualcuno queste acquisizioni richiedano un così grande impegno. Per questo è più facile immaginare una mancanza di motivazione piuttosto che l’inefficienza di qualche funzione. Anche perché il bambino in altri contesti appare adeguato, pronto e intelligente. Il disagio, ahimè, comincia da subito: il bambino percepisce la difficoltà fin dai primi giorni di scuola e spesso sentiamo dire, dopo pochi mesi, che i bambini con difficoltà non vogliono leggere in classe perché gli altri ridono. Oppure vediamo il rifiuto di andare a scuola con manifestazioni psico-somatiche . È molto importante che gli insegnanti siano pronti fin dall’inizio a cogliere questi segnali di disagio, perché un bambino che piange in classe è un segno che nell’ambiente qualcosa non funziona.

La Legge 170 del 2010 riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento (Dsa): cosa prevede? Punti di forza e di debolezza della Legge e conseguenze nella sua applicazione
La Legge 170/10 è stato un punto di arrivo molto importante perché riconosce la dislessia e gli altri disturbi di apprendimento, e richiama il diritto di tutti al successo formativo. La legge non è stata bene accolta nella scuola perché comporta un ripensamento del modo di valutare scolari e studenti e nel modo di organizzare la didattica. La legge prevede la possibilità per gli allievi di utilizzare gli strumenti compensativi e su questo gli insegnanti sono veramente impreparati. Oggi i loro allievi sanno utilizzare la tecnologia meglio di loro e questo crea uno squilibrio inverso rispetto alla tradizionale rapporto tra docente e studenti. Ma anche quando gli strumenti compensativi non sono tecnologici, come la tavola pitagorica o le regole di conversione delle misure, la scuola ha un atteggiamento di chiusura. Gli insegnanti considerano la padronanza delle tabelline come un fine piuttosto che un mezzo. Purtroppo su questo piano c’è molta strada da fare.

Anche le misure dispensative vengono viste come dei vantaggi dati agli studenti con Dsa, piuttosto che delle condizioni concesse per mettere tutti sullo stesso piano e dare a tutti le stesse opportunità
La legge inoltre assegna alla scuola il compito di identificazione precoce dei bambini con Dsa. In questo caso compie veramente una svolta innovatrice perché riporta il problema nel suo alveo naturale che è la scuola. Qui si debbono avviare attività di potenziamento quando si identificano bambini in difficoltà, evitando di etichettare precipitosamente i bambini. L’elemento di debolezza è la formazione che richiede un tempo lungo e quindi sposta nel tempo la concreta attuazione delle raccomandazioni della 170. È vero che il Ministero ha istituito master per i Dsa in tutte la facoltà di scienze dell’educazione, ma è anche vero che spesso anche nelle università il grado di preparazione sul tema è basso, e inoltre in molte sedi è stato realizzato un’unica volta, opportunità solo per pochi docenti.

La scuola e gli enti esterni che si fanno carico dei dislessici come realizzano la sinergia?
Fino ad oggi mi sembra un dialogo fra sordi. Da un lato la scuola procede con le sue tradizioni immutate e reagisce chiedendo diagnosi, cioè adottando un atteggiamento burocratico difensivo. Dall’altro le agenzie educative private cercano di organizzare doposcuola specializzati per aiutare le famiglie nella faticosa attività del recupero e dello studio a casa. Se le due realtà non si incontrano la situazione tenderà a cristallizzarsi con rischio di contrapposizione fra la scuola “cattiva “, quella del mattino, e quella “buona” in cui si usano gli strumenti compensativi. Bisognerebbe quantomeno svolgere le attività pomeridiane dentro la scuola, in modo da creare le condizioni per una sorta di contaminazione tra le due realtà.

La scuola rappresenta un elemento di protezione o di aggravamento del problema?
Certamente la scuola, così come è strutturata attualmente, nella maggior parte dei casi costituisce un fattore di aggravamento del rischio di DSA. La sua rigidità non aiuta il recupero, che deve avvenire attraverso una didattica compensativa. A tutti i livelli di scolarizzazione si registrano tensioni fra le famiglie e la scuola. Alla primaria per l’identificazione tardiva e per la mancanza di occasioni di potenziamento, alle secondarie per la tendenza della scuola a reindirizzare lo studente , come strategia di allontanamento. Alla scuola superiore il problema viene accentuato dal rifiuto da parte degli studenti di utilizzare strumenti compensativi e misure dispensative per non essere identificati come “diversi”. Quindi, oltre ai fattori di rischio di insuccesso ci sono anche fattori di rischio psicosociale e psicopatologico.

Qual è la sfida pedagogica per scuola, famiglia e per gli ambienti socio-culturali vissuti dai bambini dislessici?
Una scuola completamente diversa, basata sull’apprendimento e non sull’insegnamento. Questo significa non valutare unicamente le risposte alle nozioni, ma far crescere gli studenti agendo sulle loro potenzialità, senza diversificare chi necessita di computer o di tavola pitagorica da chi non ne ha la necessità. Inoltre è necessario un nuovo contratto educativo in cui ciascuno viene riconosciuto per quello che può dare e superare almeno alla primaria l’attuale modello classificatorio. E' importante una scuola senza compiti, ma con attività di potenziamento e di allenamento diversificate condotte all’interno della scuola, anche se affidate ad agenzie diverse. Insomma, una scuola amica che consideri l’apprendimento un’opportunità per tutti e non una punizione per alcuni.

Donatella Masala

 

 

 

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