Diabete, nuova malattia sociale
  • Gio, 13/02/2014 - 11:07

Il diabete e la Sardegna. Marco Songini, primario della struttura complessa di Diabetologia dell'ospedale Brotzu, vice presidente dell'Associazione per lo studio e la ricerca del Diabete in Sardegna (Asris), past president della sezione sarda della Società Italiana Diabetologia (Sid), coordinatore del Gruppo di studio Sid Epidemiologia, costi e qualità dell'assistenza nel Diabete dell'ospedale San Michele, traccia un quadro del diabete e della diabetologia nell'Isola, tra luci e ombre.

Quanti sono i malati in Sardegna, terra che insieme alla Finlandia vanta un'incidenza di diabete tipo 1 più alta al mondo?
Diamo numeri: ogni anno in Sardegna dai zero ai quattordici anni si presentano circa duecento nuovi casi.

Il diabete in Italia è oggi una malattia sociale dal momento che, per la sua elevatissima diffusione, coinvolge di fatto gran parte della popolazione. Secondo l’Italian Barometer Diabetes Report 2013 ogni minuto nel nostro Paese viene effettuata una nuova diagnosi di diabete, ogni 3 minuti e mezzo un diabetico ha un attacco cardiaco, ogni dieci minuti un diabetico muore. Sembrano i numeri di una guerra... Cosa ha determinato il dilagare della malattia?
Il diabete si divide in due categorie, quello infanto-giovanile, di tipo 1, che ha bisogno dell'insulina, diffusissimo in Sardegna, e quello di tipo 2 diffuso soprattutto in America e nei Paesi emergenti, che è il diabete della maturità,obeso e non insulino-dipendente. Il rapporto del Barometer parla del diabete tipo 2, quello dell'adulto, sovrappeso, che mangia troppo e male. Il dilagare della malattia dipende da due fattori principali: la cosiddetta occidentalizzazione della vita, la diminuzione nel mondo del lavoro dell'attività fisica. Tutto si è informatizzato, tutto si è trasformato in terziario. Anche il telelavoro, che tanto va di moda, ha aumentato il comportamento statico dell'individuo che non si muove neanche per andare al posto di lavoro, fa tutto telematicamente stando comodamente seduto alla scrivania. Il discorso vale anche per i lavori manuali. La stessa agricoltura, si è evoluta verso un'industria di produzione industriale  e meccanicizzata con minore occupazione possibile, tutto quello che fanno le macchine non lo fa più l'uomo e così il business aumenta. Dall'altra parte il cibo è diventato disponibile come non mai prima d'ora, con un'agricoltura sempre più spinta: la produzione di cibi facile e rapida e la necessità di piazzarli nel mercato con le formule più appetibili, come il "prendi tre e paghi due", permette di smerciare cibi pronti, cibi surgelati, cibi da mettere al microonde, cibi sempre più appetitosi, ma allo stesso tempo sempre più calorici. Quindi, per chiudere il discorso, cosa ha determinato il dilagare del diabete di tipo 2? Il "sistema capitalistico" applicato sempre più diffusamente all'alimentazione e al lavoro.

Cosa è cambiato da quando ha iniziato a lavorare nel campo della diabetologia?
Io ho iniziato a lavorare che ero ancora uno studente col professor Muntoni negli anni Settanta. E' cambiata la tecnologia e anche la comprensione. Prima non si sapeva che il diabete avesse varie origini, si pensava fosse una glicemia alta e basta, non si conoscevano le complicanze. Basti pensare che in quegli anni per controllare la glicemia un diabetico doveva andare a fare un prelievo, non esistevano le strisce e si faceva solo l'esame delle urine, con un sistema che a volte bruciava le dita. La reazione chimica per identificare il glucosio era una reazione "esoergonica", che produceva calore, quindi i ragazzi dovevano mettere una pastiglia nelle urine e nella reazione chimica si scaldavano le mani; non esistevano neanche le moderne terapie con le nuove insuline. Da allora a oggi si sono fatti passi da gigante: si possono avere le glicemie in tempi quasi istantanei, pochi secondi e i diabetici hanno i valori in qualunque luogo si trovino col loro apparecchietto. C'è anche una maggiore possibilità sia di controllarsi che di seguire la terapia. Ma questo ha provocato un aumento dei costi.

Di quanto sono aumentati i costi?
Oggi una striscetta per la glicemia costa poco meno di mezzo euro, un flacone di insulina costa intorno ai 70-100 euro, i sensori per gli apparecchietti per la glicemia costano 80-100 euro, più le strisce per il controllo del sensore. Questi prodotti hanno un costo, ne parlavamo in questi giorni con le compatibilità sempre minori dei budget aziendali: sono aumentate le tecnologie, ma poi la tecnologia bisogna pagarla. Ora siamo in periodo di vacche magre, soprattutto nel campo della sanità. L'infusore costa 5-6mila euro più il materiale di consumo. Se io lo offro in dotazione al paziente, lo deve usare bene. Dovremmo iniziare a fare questo tipo di valutazioni: prima o poi ai diabetici verrà chiesto di dare le prove del corretto utilizzo dell'apparecchietto, cioè i valori delle glicemie e dell'emoglobina.

Quanto il sistema sanitario regionale sardo è in grado di far fronte alle esigenze dei malati? Quali, se esistono, sono le falle del sistema?
Un sistema sanitario regionale che occupa il 52-60 per cento dell'intero budget della Regione Sardegna non può essere molto efficiente. E' paradossalmente come un sistema idrico che perde acqua copiosamente. Un esempio: il paziente diabetico seguito contemporaneamente in due o tre centri, rappresenta un costo per ogni centro. Non si può continuare così. Bisognerebbe istituire un registro e svolgere un tracking reale dei malati che elimini i "doppioni". Io lo sto chiedendo da oltre dieci anni. Nell'ottobre dell'anno scorso la Sardegna ha recepito nel proprio ordinamento il Piano Nazionale Diabete, ma ancora non è in grado di sapere quanti sono i pazienti diabetici. Bisogna sapere prima di tutto qual è la popolazione di malati nell'Isola, una volta capito questo si può definire quanti fondi ci sono e la ripartizione delle risorse tra i vari centri. Bisogna creare una rete che serva anche per l'assistenza integrata. Io vorrei seguire solo le persone veramente a rischio. Non è possibile che un paziente con “poca” glicemia venga qui a intasare il centro. Si era già deciso che i medici di base si occupassero di questo. Molti l'hanno recepito e lo stanno facendo, però non c'è la rete. La rete vuol dire che il medico di base può vedere i dati principali sottoposti alla privacy del paziente per seguirlo negli intervalli tra i nostri controlli. Questo ci permette di valutare meglio il paziente che è ad alto rischio, dedicargli non i cinque minuti classici, ma un percorso completo, controllando gli occhi, educandolo a gestire al meglio il gestore, ecc.

Secondo i dati degli Annali 2012 dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) in Italia ci sono circa 2 milioni di “diabesi”, ossia contemporaneamente obesi e con diabete. Lo sport è un rimedio di non poco conto. Perché ancora la cultura dell'attività fisica e dello sport è così difficile da far passare? Di chi è la colpa?
Nelle scuole ancora oggi non si insegna lo sport ai bambini, a tutti, non solo ai diabetici. Di chi è la colpa dell'obesità infantile? Della scuola italiana. Non c'è stata mai la cultura dello sport nelle scuole del nostro Paese, questo anche al di fuori delle malattie, l'attività fisica è sempre stata una cosa residuale. Si ritorna alla concezione "Gentiliana" della scuola, a Giovanni Gentile, lontana anni luce dalla concezione anglosassone, dove lo sport ha un'altra importanza, basti pensare ai campus americani. La cultura dello sport si collega a un social welfare che permetta di affrancarsi dai bisogni primari. Noi con i nostri pazienti selezionati la stiamo diffondendo bene, abbiamo avuto degli incontri anche in assessorato.

In media ogni malato spende 2.600 euro l’anno per la sua salute. Con la giusta informazione su alimentazione, stili di vita sani e sport, a partire dalle scuole e proseguendo con media e social media, di quanto si può abbattere il costo sociale della malattia?
Di molto. Con la prevenzione si può fare tanto. Magari l'anomalia metabolica rimane, ma si impedisce che diventi clinicamente evidente, modificando quelle che noi chiamiamo abitudini di vita. Il costo sociale qual è? E' l'invalidità se il soggetto non va a lavoro, il consumo di medicine, il consumo di visite mediche. Tutto questo con l'informazione si può abbattere del cento per cento perché se il soggetto rimane in fase pre-clinica non ha bisogno di farmaci, di controlli e non si assenta dal lavoro. Si parla poco del diabete di tipo 1, che in Sardegna incide solo del dieci per cento rispetto al tutto, ma ha un costo sociale: fa l'insulina. Se il paziente viene curato bene, si ottimizzano i costi da una parte e si distribuiscono meglio su chi ha più bisogno di investimento, evitando le complicanze, cioè un diabetico oggi può vivere tutta la vita facendo la sua iniezione/i tranquillo. E' necessario il trasferimento dell'investimento su chi ha una malattia grave rispetto a quelli cui basta cambiare le abitudini di vita. So che investendo in piste ciclabili, investendo in scuola, investendo nei media, con le campagne d'informazione, per questi ultimi posso fare tanto. Perché non si è mai fatta una campagna sull'attività fisica e c'è invece il business delle palestre private? Con la cultura del solo fitness nascono i disturbi alimentari psicogeni, perché anoressia e bulimia spesso nascono in palestra e prolifera l'utilizzo di beveroni nutrienti, dopanti, sostanze con testosterone. Mentre creando possibilità di sport accessibili, fisicamente ed economicamente a tutti, il problema si risolve. Spostando nelle strutture pubbliche l'avvicinamento allo sport si rimette in buona salute le gran parte della popolazione e non solo i pochi fortunati che vanno nelle palestre. Servono campagne informative sui media.

Quali sono le leve su cui intervenire per ottenere l'aderenza al trattamento da parte dei pazienti diabetici?
Sicuramente i media, l'informazione e la comunicazione. L'aderenza è singola, noi la chiamiamo "compliance", qualcosa che ciascuno decide dentro sé: è la consapevolezza che deriva da un processo educativo interno. L'aderenza si ottiene informando correttamente i pazienti, facilitando l'attività fisica e la corretta alimentazione.

Francesca Cardia

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