Diabesità, sindrome pericolosa per le gestanti
  • Lun, 16/12/2013 - 11:19

Si chiama “diabesità” ed è un neologismo che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha coniato per definire la connessione, ormai conclamata, tra diabete e obesità. Si tratta di una sindrome che colpisce fra il 25 e il 30 per cento della popolazione mondiale e che può avere pesanti ripercussioni sul feto se ad esserne affetta è la donna in gravidanza. Malformazioni, anomalie cardiovascolari e una maggiore mortalità sono i principali rischi per il nascituro se la gestante è in eccesso di peso. «E' ormai scientificamente accertato che il tessuto adiposo non è inerte, ma metabolicamente attivo e il suo aumento determina una serie di fattori che agiscono su fegato, placenta e muscolo scheletrico del feto, creando delle alterazioni già nelle prime settimane del'età gestazionale», ha spiegato il ginecologo dell'ospedale “San Martino” di Oristano Gianfranco Puggioni.

Correre ai ripari per arginare un fenomeno, il diabete gestazionale legato all'obesità, che diventa sempre più pressante anche nella nostra Isola, dove ad esserne colpite sono circa 10 donne su cento: è stato questo il tema centrale del simposio internazionale organizzato venerdì a Bosa dai Dipartimenti di Cure chirurgiche e Cure mediche della Asl 5 di Oristano, che ha potuto contare sulla presenza di relatori d'eccezione, tra cui Moshe Hod, direttore della Divisione Materno Fetale del Rabin Center di Tel Aviv, a cui si deve il contributo nella stesura delle nuove linee guida sul diabete gestazionale.

«La “diabesità” della madre – ha spiegato Hod – non solo crea un ambiente intrauterino anormale per il feto, ma darà problemi alla nascita, esporrà al rischio di sviluppare l'obesità in età adolescenziale e poi adulta, creando un circolo vizioso». Un circolo vizioso che, secondo il medico israeliano, è possibile interrompere sia attraverso una corretta educazione della paziente a corretti stili di vita nel periodo pre-gravidanza sia attraverso la diagnosi precoce del diabete gestazionale grazie a metodi più moderni ed efficaci. E proprio dei nuovi criteri per una migliore diagnosi del diabete gestazionale ha parlato Hod, esponendo i risultati dello studio internazionale HAPO (acronimo di Hyperglicemy and Adverce Pregnancy Outcome), a cui lo studioso ha collaborato, condotto su 25.000 donne in 9 paesi del mondo e costato 17 milioni di euro. L'indagine ha permesso di mettere a punto nuove indicazioni per la diagnosi del diabete gestazionale, che consentono di individuare e curare in maniera più efficace le donne affette da questo problema e che diversi Paesi, Italia compresa, stanno via via adottando.

Ma la terapia, come ha spiegato Antonino di Benedetto, dell'ateneo di Messina, sta sempre più spesso incrociando le nuove tecnologie per affinare le sue armi. Oggi la donna affetta da diabete gestazionale può inviare con un semplice sms i dati glicemici al proprio medico per ricevere, sempre via sms, le indicazioni terapeutiche ed esistono oltre 230 applicazioni, tra cui l'italiano DID (Diario terapeutico del diabete), che aiutano la gestante a tenere sotto controllo la glicemia e ad orientarsi in una dieta equilibrata.

E se sul fronte della cura ci si spinge sempre più avanti, il tallone d'Achille resta quello della prevenzione del diabete gestazionale. «Non abbiamo ancora delle raccomandazioni italiane in merito – ha spiegato Annunziata Lapolla, docente dell'Università di Padova – nonostante anche la nostra esperienza dimostri che l'obesità e il sovrappeso espongano la mamma e il bambino a numerosi rischi per la salute, dal diabete gestazionale per la donna al rischio aumentato di subire un cesareo, dalla maggiore incidenza di mortalità fetale a quella di malformazioni, come difetti del tubo neurale e anomalie cardiovascolari per il bambino». Oltre all'intervento chirurgico e alla terapia farmacologica, la terza via per sconfiggere l'obesità, secondo Lapolla, passa per la prevenzione e l'educazione a stili di vita corretti. «Occorrerebbe una seria campagna informativa di prevenzione dell'obesità, che è una malattia a tutti gli effetti – sostiene la diabetologa di Padova – ma, mentre l'industria alimentare e quella di prodotti dimagranti continuano a bombardarci di messaggi pubblicitari, niente si fa per contrastare il fenomeno».

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