Baijicca, le onco-attrici incontrano il Teatro dallarmadio
  • Lun, 14/12/2015 - 16:02

Diciassette minuti di grande bellezza. Uno spettacolo nato da un'alchimia, da un incontro che ha trasformato il “luogo della paura” nel “luogo del possibile” grazie al sogno di Elisabetta Cuccu. Si ride, si piange, si riflette, ci si commuove con Baijicca, il corto teatrale realizzato con il Teatro dallarmadio di Fabio Marceddu e Antonello Murgia, dalle “onco-attrici” del Businco di Cagliari. Diciassette minuti di grande bellezza nate in quella terra di mezzo dove rieccheggiano i versi di Giacomo Leopardi, Carmelo Bene, e dove l'Orco, il cancro, viene spogliato dalla paura, dal terrore, e viene messo all'angolo, grazie alla magia del teatro. Baijicca, lo spettacolo teatrale scritto da Fabio Marceddu e Antonello Murgia che ora sta girando in tour nell'Isola, nasce dal laboratorio teatrale Orcoillogico che si è tenuto nell'ospedale Oncologico di Cagliari da ottobre 2014 a maggio 2015, grazie all'iniziativa di Elisabetta Cuccu e la professionalità dei maestri del Teatro dallarmadio. Si è partiti con i primi mesi di propedeutica e poi è nato lo spettacolo portato in scena la prima volta alla festa dell'Oncologia. Un'esperienza nuova anche per gli attori, una sperimentazione caratterizzata da uno stato vitale altissimo, quello delle donne del gruppo Abbracciamo un sogno, davvero raro da trovare in un laboratorio teatrale.

Stendere il canovaccio è stato come costruire un ponte tra i due mondi. “Abbiamo preso spunto dalla domanda fondamentale che accomuna tutti gli esseri umani, il dialogo col mistero, con qualcosa che non risponde, come una entità che non si cura affatto delle vicende umane. Abbiamo deciso di usare il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia di Giacomo Leopardi, il canto verso la luna " Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?” poi trasposta all'urlo di dolore di una persona che si ammala e che deve lottare”, afferma Antonello Murgia. Un teatro che prende linfa e spunti dalla vita vera. “L'idea è sempre quella di dare verità e materia reale alla poesia. Leopardi sembra sempre qualcosa di evanescente”, spiega Fabio Marceddu, “poi se invece tu lo applichi alla realtà e a ogni singola condizione umana, diventa reale. L'obiettivo era far diventare un “luogo del possibile” un “luogo della paura” tutti quando entriamo all'Oncologico, nonostante le pareti colorate, abbiamo paura perché è un posto che ci rimanda ad altri mondi. Tutti abbiamo avuto a che fare con questa struttura, è come il castello dell'Innominato, per richiamare Manzoni. Adesso invece io ci vengo con gioia perché c'è questa corrispondenza di amorosi, a volte disperati, sensi, ma è la condivisione che riesce a lenire il dolore”.

Cosa ha lasciato il lavoro di tutti questi mesi? “E' stato un lungo viaggio verso la normalità. Nonostante la situazione atipica non abbiamo fatto sconti a nessuno, la malattia non può entrare, non può diventare complice”, continua Fabio Marceddu. “Il teatro è comunque severo. La migliore forma di rispetto per loro è metterle alla pari di qualsiasi altro attore. Noi le chiamiamo le “onco-attrici”. Un'esperienza di umanità allo stato puro. “La cosa che ho imparato da loro è a livello umano: non ho mai avvertito la malattia nel lavorare con loro, anzi, l'assenza della malattia. Dal punto di vista professionale, sono stato severissimo, ma anche questa è una forma d'amore, l'autorevolezza, il rispetto dei principi dell'arte. Sono diciassette minuti di grande bellezza. La bellezza viene dal rigore, dallo studio, dal lavoro”, aggiunge Antonello Murgia.

Dolore, ma anche tante risate. Uno spettacolo surreale e visionario, con reminiscenze Felliniane, camei sonori che riportano alla Cinecittà di Alberto Sordi, con una cadenzata Marcia di Esculapio di Piero Piccioni, balli nostalgici sulle note decadenti di una mazurca lontana, e sketch scanzonati per prendere in giro "il cancro e i suoi derivati". 

Un condensato di intelligente leggerezza che permette di toccare le corde più profonde dell'anima. Con tanto sarcasmo, senza pietismo. “Non si può raccontare qualcosa che è già di per sé triste con la tristezza. Purtroppo lo spettacolo sta diventando monolitico, si racconta il dolore col dolore, la tristezza con la tristezza. Bisogna veicolare il significato profondo dell'essere al mondo che è fatto di contrasti che si vivono, come una sinfonia di note che si incontrano e poi si abbandonano, divergono”, dice Antonello Murgia. “Ci piace il fatto che il pubblico sorrida, anche. C'è la felicità nel dolore e il contrario. Nello spettacolo abbiamo inserito una frase di Carmelo Bene, molto profonda: “La felicità non è felice”. E' una tesi filosofica, più che mai in questo caso siamo riusciti a inserirla, perché con loro abbiamo trovato davvero una gioia non retorica e priva di qualsiasi condizionamento, di sovrastruttura, una gioia pura, violenta in alcuni casi”. La potenza della vita, amplificata dalle emozioni che il teatro è riuscito a far volare fuori dagli ambulatori invasi dalle cartelle K e dalle corsie affollate di facce e storie. E a rendere possibile l'impossibile. 

Francesca Cardia

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