Artrosi, il ruolo del paracetamolo nel controllo del dolore cronico
  • Lun, 15/06/2015 - 14:27

Il paracetamolo risulta sicuro per la gestione del dolore cronico nei pazienti con artrosi sia sul piano cardiovascolare che su quello gastrointestinale. “Anche nelle persone con un alto rischio di eventi cerebro e cardiovascolari o quando usato a lungo termine - sottolinea Claudio Cricelli, presidente SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie) - il paracetamolo non appare associato a un aumento del rischio di ictus e cardiopatia ischemica”. È quanto emerge dalla prima analisi effettuata nel nostro Paese sull’impatto effettivo di questa molecola in persone colpite dalla malattia al di fuori dei criteri di selezione tipici degli studi clinici, cioè appartenenti al cosiddetto mondo reale (real life). La ricerca è stata condotta dalla SIMG grazie al database di “Health Search” selezionando una coorte di circa 37 mila pazienti con osteoartrosi trattati per un decennio, fra il 2002 e il 2012.

“Solo una medicina generale evoluta e dotata di una delle banche dati più grandi d’Europa – afferma Cricelli - è in grado di condurre studi retrospettivi fondati sul mondo reale. Queste conclusioni dovrebbero determinare un salto culturale fra i clinici. Infatti in Italia il paracetamolo rappresenta solo il 6% delle prescrizioni come terapia analgesica”. Il dolore cronico non oncologico costituisce uno dei più comuni motivi di consultazione medica: basti pensare che interessa nel nostro Paese oltre 15 milioni di persone (20% della popolazione), la maggior parte delle quali (75%) soffre proprio di artrosi. La ricerca ha analizzato i pazienti in relazione alla comparsa di eventi cardiovascolari acuti ed emorragie digestive superiori in corrispondenza del trattamento con paracetamolo. “Nello studio condotto con ‘Health Search’, l’uso di paracetamolo è stato definito corrente (da 0 a 90 giorni), recente (da 91 a 180 giorni) o passato (da 181 a 365 giorni) in relazione alla data dell’ultima prescrizione antecedente l’insorgenza di eventi cardiovascolari acuti e di emorragie del tratto gastrointestinale superiore – spiega Francesco Lapi, direttore della Ricerca di ‘Health Search’ -. La presenza di due diversi eventi clinici ha richiesto di suddividere i pazienti in due coorti: la prima ha individuato 2.215 casi per gli eventi cardiovascolari acuti, la seconda 462 casi per le emorragie digestive superiori. L’analisi ha dimostrato che l’utilizzo corrente, recente o passato del farmaco non presenta alcuna associazione significativa con eventi cardiovascolari acuti. Anche sul fronte delle problematiche gastrointestinali, l’uso di paracetamolo è risultato di per sé sicuro: in questo contesto il rischio di emorragie superiori ha riguardato solo i pazienti esposti anche a antinfiammatori (FANS).” A conferma di ciò, è stato osservato che rispettando un intervallo di almeno 150 giorni tra interruzione dei FANS e avvio della terapia del paracetamolo, l’insorgenza di emorragie risultava sensibilmente ridotta. “Sappiamo che nel mondo ‘reale’ è necessario tenere conto dell’assunzione contemporanea di antinfiammatori, di analgesici da banco e dell’esposizione a FANS, che rappresentano un fattore di rischio certo per eventi cardiovascolari e gastrointestinali - afferma Pierangelo Lora Aprile, segretario scientifico SIMG e responsabile Area medicina del dolore e cure palliative -. La nostra analisi multivariata ha tenuto conto di fattori potenzialmente confondenti quali stili di vita, altre patologie e terapie farmacologiche concomitanti: ossia, di quanto avviene nella pratica clinica italiana, che vede tra l’altro la frequente assunzione di FANS. Proprio perché calata nella realtà del nostro Paese, l’indagine fornisce dati solidi e utili al medico e queste conclusioni dovrebbero determinare un importante salto culturale”.

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